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La La Land Panavision travestito 01Nessuno aveva mai pensato ad utilizzare un titolo come “La La Land” per un film: un titolo che sembra una filastrocca per bambini o il nome di una confezione di mattoncini LEGO.

Ma La La Land è lungi dall’esserlo! Infatti nei dizionari inglese troviamo che esiste un lemma con questa accezione.

Ad esempio, la definizione di “La-la land” che viene data dal Merriam-Webster Dictionary è: «stato mentale euforico e sognante, distaccato dalla dura realtà ». Un po’ come “avere la testa tra le nuvole”, pensando a qualcosa di particolarmente bello.

Ecco che il titolo del musical del trentaduenne regista Damien Chazelle interpretato da Emma Stone e Ryan Gosling comincia ad avere una sua connotazione…

Ecco che il titolo del musical del trentaduenne regista Damien Chazelle interpretato da Emma Stone e Ryan Gosling comincia ad avere una sua connotazione…

Un nuovo “aiuto” alla sua comprensione, arriva dalla particella “LA” che – se viene pronunciata in inglese scandendo le due lettere che la compongono - ci dà “El Ei” e qui capiamo che stiamo parlando di L.A. con i “puntini”: Los Angeles; anche se quando fu fondata le diedero il nome di “Ciudad de la Iglesia de Nuestra Señora de Los Angeles sobra la Porziuncola de Asís" (ma questa è un’altra storia che WoW! racconterà parlando dei “Foolish della Silicon Valley”…).

E la riprova l’abbiamo dall’ Oxford Living Dictionary che ci spiega che La La Land è il “soprannome di Los Angeles o Hollywood, specificatamente in relazione alla industria cinematografica e televisiva”.

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Ecco quindi che il titolo ha un aggancio diretto con la "City of Angels" : Hollywood, che del cinema - nel bene e nel male - è la patria.

Quello stato mentale che viene esaltato  dalla canzone “Audition (The Fools Who Dream)” cantata da Mia quando si presenta all’audizione che deciderà il corso della sua vita.
La La Land Panavision travestito 03 bisLa La Land Panavision travestito 03 tris

 

 

 

 

 

Ora, un brevissimo sfogo da parte di chi si occupa di lingue da 35 anni e vede tanta superficialità nell’”arte” di tradurre…

La tagline del film “Here's to the ones who dream” è stata malamente tradotta nelle locandine italiane del film con “Dedicato ai folli e ai sognatori” .  Ma quel “Foolish” tradotto con "folle"  è un False friend” (falso amico) !

In inglese il termine “Fool” vuol dire sia “sciocco, poco accorto" sia "ingenuo” e non ha nulla a che vedere con la follia. Per esempio, la locuzione "(live in a) fool’s paradise" è simile a quella italiana "(vivere nel) mondo delle favole".La La Land Panavision travestito 03 quater

Quindi, il traduttore o più probabilmente la distribuzione italiana del film, ha optato per quel “folle” per accattivarsi la simpatia degli spettatori giocando con quell' excipit: "Stay hungry. Stay foolish” così cool, che concludeva il discorso che Steve Jobs tenne alla Stanford University  il 2 giugno 2005.

Ma, si legga la spiegazione che lo stesso Jobs fornisce agli studenti  quando afferma che egli ha preso quella frase da una pubblicazione della controcultura statunitense degli anni ’60… 

Ecco quindi che in entrambi i casi il vero significato di quel “Fool / Foolish” implica l’essere ingenui su come le cose dovrebbero essere, consentendo in tal modo a se stessi di vedere come le cose potrebbero essere se...

La La Land Panavision travestito 04Ora andiamo un po’ più sul difficile…

La La Land può rappresentare un impulso ritmico – e quello dell’anapesto, formato da due sillabe brevi e una lunga (: ∪ ∪—).E dunque: la la lànd: ta//ta//tàa //.

E questo ci porta alla ultima tessera del puzzle: infatti, in chiave musicale, a parte il fatto che il “la” è una nota musicale della scala diatonica fondamentale, il “la la”, da sempre, è cifra onomatopeica del canto spensierato.

La La Land Panavision travestito 05Non per altro lo troviamo utilizzato nel melodramma di Gioachinio Rossini “Il Barbiere di Siviglia.

E, allora, se “la,la” è utilizzato nell’opera: genere teatrale e musicale in cui l'azione scenica è abbinata alla musica, al balletto e al bel canto, c’è un motivo al mondo per cui non possa anche essere identificato con il genere “Musical Comedy”…?

Per cui, riassumendo, con il titolo “La La Land” abbiamo una classica commedia musicale ambientata a Los Angeles -  o meglio Hollywood, la città degli angeli, sinonimo delle “Star” che brillano nel firmamento cinematografico, con un soggetto leggero e divertente - in cui la storia è portata avanti da recitazione, canto e ballo - il cui scopo è portarti per due ore in mondo “altro”, molto più semplice e spensierato di quello in cui si vive.

Fine dell’analisi linguistica e fine dell’articolo. No. No di certo!  C’è molto, ancora, da raccontare…

Alcune critiche negative al film hanno scritto che in questa nostra era moderna, ”La La Land” il musical in stile “Fifties”, cerca di rivitalizzare un genere “vecchio”, “noioso” da “cantiamo che la vita è bella” e soprattutto “insensato”.

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A tale proposito viene citata come esempio, l’auto decappottabile che Ryan Gosling / Sebastian guida: una Buick Riviera Convertible con interni in pelle rossa del 1982.

Bene, lui trova sempre un parcheggio vicinissimo al luogo dove deve andare. La realtà a Los Angeles – così come a Parigi, Londra, Milano o Roma – è molto più stressante e i parcheggi sono un miraggio.

Inoltre non chiude mai la capote quando la posteggia: Enzo Jannacci e Giorgio Gaber nella canzone La Ballila (1966) avevano avuto la visione profetica di ciò che gli sarebbe potuto accadere...

Giustissimo.

E fa il paio con il fatto che Sebastian può godersi una splendida alba su un molo affacciato sull’oceano quando è risaputo che nella vita reale non avrebbe fatto cinque passi senza incontrare un balordo imbottito di crack che lo avrebbe minacciato con un coltello…

Affermazioni che possono essere riassunte in: “Ma che pa_ _e il musical!».

Ok, il musical è un genere cinematografico basato sulla bizzarra premessa che, nel bel mezzo di una conversazione per strada, due innamorati si mettano a cantare, con cori e coreografie di tutti gli altri passanti.

La La Land Panavision travestito 07Ma, a pensarci bene, non è più bizzarra del fatto che in un’opera lirica come La Bohème - dove una giovane eroina è prossima alla morte per consunzione - la parte di Mimì sia interpretata da una soprano che è il ritratto della salute, in termini di floridezza.

Questo perché è idea comune che le cantanti d’opera siano “grasse”.

Orribile stereotipo per connotare artiste come la Galati, la Caballè, la Netrebko, fino alla “macchietta” di… Ada, la fidanzata di Alberto Sordi, cantante lirica nel film Racconti d’estate (1959).

Detto questo, c’è un fatto incontrovertibile che risponde a queste critiche: se anche ci limitiamo al nuovo millennio, sono quasi un centinaio i musical che sono stati realizzati.

E stiamo parlando della sola produzione cinematografica, tralasciando quella teatrale!

A questo aggiungiamo che attori e registi di primaria importanza si sono cimentati con il genere. Giusto per citare quattro titoli, si pensi solo a:

La La Land Panavision travestito 08Moulin Rouge! (2001) del regista Baz Luhrmann, ispirato all'opera La Traviata di Giuseppe Verdi, con Nicole Kidman e Ewan McGregor.

Chigago (2002) di Bob Fosse con Richard Gere, Catherine Zeta-Jones e Renée Zellweger.

Romance & Cigarettes (2005) di John Turturro con James Gandolfini, Susan Sarandon, Kate Winslet, Christopher Walken.

E infine Mamma Mia! The Movie (2008) con un “mostro sacro” come Meryl Streep, affiancata da Pierce Brosnan e Colin Firth.

Per non parlare poi di The Artist (2011) di Michel Hazanavicius e interpretato da Jean Dujardin e Bérénice Bejo che non è un musical ma è muto, in bianco e nero, in perfetto stile Glorious MGM  ed è valso al suo interprete sia il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes di quell’anno sia l’Academy Award (Oscar) l’anno successivo.

La La Land Panavision travestito 09E La La Land ?

Ad oggi ha vinto sette Golden Globe, più di ogni altro film nella storia.

Successivamente ha ricevuto 14 nomination per gli Academy Award, una cosa successa solo a due film nella storia del premio:  All About Eve – Eva contro Eva (1950) e Titanic (1997) vincendone sei: migliore regia; miglior attrice protagonista; miglior fotografia; miglior scenografia; miglior colonna sonora; miglior canzone originale.

Poi, il suo voto su IMDb - Internet Movie Database - assegnatogli da 150mila utenti - è 8,5 su 10: il 27° voto medio più alto tra tutti quelli del sito e il più alto tra i musical.

Infine, il 93 per cento delle oltre 300 recensioni scritte da critici cinematografici incluse nel sito Rotten Tomatoes parla del film in modo positivo, spesso molto positivo.

Niente male per un film superato, altalenante e a tratti noioso... 

Fatta questa lunga premessa, è necessario spiegare perché abbiamo voluto dedicare a La La Land un articolo, quando ci sono moltissime recensioni e critiche disponibili on-line...

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 Per tre motivi: il primo perché La La Land è un tesoro intertestuale di film degli anni ’50 e ’60 e questo lo rende interessante a WoW!.

Poi, perché in un momento in cui negli Stati Uniti, Europa - e nel nostro piccolo anche in Italia – milioni di persone sono depresse e in ansia per il proprio futuro, La La Land ci ricorda che:

“A Spoonful of sugar helps the medicine go down” (un cucchiaino di zucchero aiuta a mandar giù la medicina).

Giusto per restare in tema con la insuperata musical fantasy comedy della Disney: Mary Poppins (1964), rappresentando quel disperato bisogno di attimi di distrazione, in un presente pieno di angosce e di amare medicine da mandar giù: dalle nostre pensioni sempre più lontane al futuro incerto dei nostri figli. 

Infine, perché La La Land è un film sostanzialmente autentico, coinvolgente e trascinante in quanto il regista Damien Chazelle ha scelto di utilizzare strumenti che possono essere definiti come “cose buone d’altri tempi” e che Linus Sandgren - Direttore della (splendida) fotografia - descrive così:

La La Land Panavision travestito 11 La La Land Panavision travestito 11 a

 Ecco… Lo “Scope” di cui parla Sandgren, altro non è che il CinemaScope: il sistema di ripresa e proiezione “Widescreen” (grande schermo) che ha fatto la storia del cinema hollywoodiano degli anni ’40 e ’50.

La La Land Panavision travestito 12E questo nome “é” il vero motivo per cui è stato scritto il presente articolo in questo numero di WoW!.

Nei titoli di testa compare un “credit” dove il film viene descritto come:

Presented in CinemaScope

Ed esso, fin dall'inizio del film, dà la misura di quanto La La Land sia un tributo ad un certo cinema...Infatti - inizialmente - è presentato in bianco e nero, con un formato stretto (tipico delle pellicole d'antan) che taglia i lati del logo, lasciando leggere solo parzialmente:

“Presented in
**NEMASCO**

Poi, in animazione, l’immagine sullo schermo si allarga come se un sipario si stesse aprendo, facendo apparire l’intero logo in widescreen... Logo che quindi dal Bianco/Nero vira a colori saturi in stile Technicolor.

Infine, in assolvenza, diviene un abbacinante sole in un cielo azzurro senza una nuvola, sotto cui un enorme serpente di macchine è fermo in coda in una autostrada californiana.

Ed è da questo preciso fotogramma che la vicenda di La La Land incomincia …La La Land Panavision travestito 11 b

 Ecco che una ragazza inizia ad intonare la canzone d’apertura: “Another Day of Sun” (un altro giorno di sole) per poi uscire dalla propria auto e dare il via ad una incredibile coreografia corale di steadycam, dolly e ballerini, sui tetti, sui lunotti e i parafanghi delle auto. Una sequenza musicale girata in un’unica ripresa lunga, che trasforma un ingorgo di Los Angeles nel luogo più cool sulla terra...

Un “mood” molto diverso da quello di un’altra mattina di traffico infernale: quello di ventiquattro anni fa - su quella stessa freeway - che dà l’inizio a Falling Down  - Un giorno di ordianaria follia (1993) con un incredibile Michael Douglas che impersona un uomo ormai andato in pezzi che - nell’inutile ingorgo in cui si ritrova  – perde definitivamente la ragione.

Questa scena è invece il primo dei tantissimi tributi ai musical, come la "scène d'ouverture" di Les Demoiselles de Rochefort (1967) da noi noto come Josephine. Omaggio di Chazelle, americano di origini francesi, al regista Jacques Demy.

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Così come i volteggi sui tetti delle auto bloccate è un chiaro tributo ai ragazzi della Juilliard School che ballano sui cofani delle auto  in un altro tipico ingorgo: quello della New York di Fame (1980).La La Land Panavision travestito 15 FILEminimizerMa attenzione… Bisogna interpretarlo questo credit! Perché il logo CinemaScope di La La Land è in realtà un “falso”!

Infatti in quello originale il lettering CinemaScope campeggia su un cielo pieno di nuvole. Poi quello di La La Land è sovrastato dalla dicitura "Presented in". Ma il termine “presentato” non vuole affatto dire che sia “A CinemaScope Production” dove l’articolo indeterminativo “a” specifica che quello è un film che si può fregiare del titolo di essere stato girato “NEL” formato a grande schermo che era “LO” standard che si impose a Hollywood: quello della 20th Century Fox.

In un altro articolo di WoW! si parlerà più diffusamente della storia del CinemaScope. Qui basta accennare che esso è il procedimento cinematografico che consiste nel deformare, in ripresa, le immagini e successivamente – in proiezione – disanamorfizzarle, al fine di ottenere fotogrammi a largo campo visivo (2,35:1).

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La La Land – quindi - non è un vero CinemaScope, anche se il formato è, effettivamente, il 2.55: 1: quello “mitico” con cui erano girati tutti i musical degli anni ’50, prima che si passasse al 2.40: 1 il rapporto d’aspetto che si vede impiegato nella maggior parte dei film di oggi.

E non lo è perché quasi tutte le riprese sono state girate da Chazelle con un obiettivo da 35 mm Panavision. E il Panavision altri non è che il concorrente del CinemaScope che negli anni ’60 vinse la battaglia delle lenti per il formato widescreen, tanto è vero che – nei titoli di coda – cominciò ad apparire il credit “Filmed with Panavision” (girato in Panavision), divenendo così il nuovo  sinonimo del formato widescreen.

Ma l’omaggio di Chazelle agli strumenti che hanno reso possibile la Golden Age del cinema, non si ferma qui, procedendo nella scelta di utilizzare la pellicola, invece del digitale: perché la ragion d’essere di La La Land è nell'essere visto in una sala cinematografica, proiettato appunto in formato CinemaScope, con il colore che si avvicina il più possibile al Technicolor

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Come ha scritto Anthony Lane sul New Yorker «...All’inizio bisogna abituarsi al fatto che il film sia ambientato nel 2016 e non nel 1956» e che i colori del film «sembrano esploderci in faccia» . Egli, poi, ha consigliato di andarlo a vedere «...nel più grande schermo della zona, con il miglior audio possibile, anche se per farlo dovete viaggiare tutto il giorno». Concludendo infine con: «Vedetelo dopo aver bevuto un cocktail e, qualsiasi cosa facciate, non aspettate il DVD e non cercate di scaricarlo».

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Tutto questo perché Damien Chazelle vuole proporre un ulteriore livello emotivo allo spettatore. Ma non certo a coloro che consultano in maniera compulsiva i loro telefonini nel buio di un cinema a proiezione avviata, oppure che visualizzano interi film su dei microscopici schermi da 5,5 pollici. Schermi che saranno anche in alta definizione, ma fanno tanta tristezza… [NdA: Una ricerca ha dimostrato come le persone che leggono un contratto su uno smartphone capiscono la metà di quello che leggono].

La La Land Panavision travestito 21 bisPer dare un significato alla affermazione di Henry David Thoreau, di cui sopra, prendiamo il seguente fotogramma con Ryan Gosling e Emma Stone in una sequenza di canto e ballo.

Se lo spettatore percepisce unicamente  che l’azione che sta compiendo Sebastian è quella di ruotare intorno ad un lampione mentre sta cantando, egli - non conoscendo la “storia” che sta dietro ad essa - la “guarderà” unicamente come un passo di danza.

Ma se quel fotogramma - analogo  alla fotografia di uno spaventapasseri con un ombrello in mano in una giornata di sole – gli riporta alla mente il ricordo di tutte le volte che ha “visto” una delle più grandi scene del cinema mai realizzate; una sequenza perfetta e girata senza interruzioni nonostante il fatto che Gene Kelly avesse la febbre a 39° per via dell’influenza: quella di Singin' in the Rain (1952)…

Allora quella sequenza lui la sta “vedendo”.

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Lo stesso meccanismo che scatta se si compie una operazione inversa: montando alcune sequenze di Singing in the Rain con il commento musicale di “City of Stars” il tema principale  di La La Land… 

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Ma non si pensi che La La  Land sia unicamente un musical di puro divertimento …

Il plot è una rivisitazione in chiave moderna di un canovaccio che ha sempre avuto successo: un giovane musicista Jazz incontra una giovane aspirante attrice, durante un ingorgo del traffico. Le strombazza con il clacson per farla procedere e lei replica con il medio alzato.

Il giovane musicista Jazz incontra di nuovo la giovane aspirante attrice in un bar e quando le rammenta il loro primo incontro in auto lei pensa che lui è un cretino.

Il giovane musicista Jazz incontra - per la terza volta - la giovane aspirante attrice ad una festa e qualcosa scatta. Ecco che i due - finalmente - si amano.

Poi il giovane musicista Jazz ha successo e la giovane aspirante attrice ottiene le parti che ha sempre desiderato interpretare.

The End.

La La Land Panavision travestito 23 aMa qui, c’è una differenza sostanziale rispetto al film capostipite di queste genere di storie:“A Star Is Born – E’ nata una stella (1954).

Così come per il già citato “The Artist” e – in genere - tutte le commedia musicali dell’epoca d’oro di Hollywood, dove la scena finale porta alla inevitabile “Happy End”.

La La Land finisce con l’amaro in bocca.

Infatti La La Land ci racconta di cosa succede quando la ragazza e il giovane uomo hanno ambizioni che vanno in contrasto con il loro amore…

E in parallelo con la “fine” del loro amore appare la sottotrama della “fine” di un certo cinema, mediata dal “disfacimento” della pellicola cinematografica della sequenza in cui i protagonisti si danno il loro primo appuntamento in un cinema d’Essay: il Rialto, per vedere un film “cult” come Rebel Without A Cause - Gioventù bruciata (1955).

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Mia entra nella sala a proiezione iniziata e al buio – perso l’orientamento - si ritrova sul palco del cinema-teatro di fronte allo schermo per cercare Sebastian, e lui la riconosce proprio grazie ai titoli di testa del film che, scorrono luminosi su di lei.

Poi, durante la scena presso l'Osservatorio Griffith - del film proiettato sullo schermo - quando essi stanno per baciarsi, la pellicola si brucia – come accadeva regolarmente con quelle “antiche” realizzate in nitrocellulosa.

Così James Dean si dissolve, le luci si riaccendono in sala e scompare la “magia” del momento: quello del film proiettato “PER” Mia e Sebastian e la decina di spettatori in sala e quello “DI” Mia e Sebastian che noi – come spettatori – stiamo vedendo.

Un disfacimento del fotogramma, che è metafora della perdita di tanti film del passato.

E qui è doveroso ricordare – anche se non si riferisce ad un musical – l'omaggio di Chazelle a Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore, ed esattamente alla scena in cui un film con Totò viene proiettato sulla facciata di una casa:  quando un surriscaldamento del proiettore fa bruciare un fotogramma, si scatenerà un incendio che costerà al Alfredo / Philippe Noiret il bene più prezioso che un uomo di cinema – sia pure esso un semplice  proiezionista – può avere: la vista.

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Infatti, quando Mia passerà in auto davanti al cinema Rialto alcuni mesi dopo, lo troverà ormai chiuso per sempre...

Destino che accomuna nella realtà il vero cinema-teatro Rialto di Los Angeles a tante altre sale cinematografiche: ultima della serie lo storico cinema Apollo di Milano, chiuso per far posto ad un nuovo Apple Store: un moderno negozio di tecnologia sinonimo di un mondo dove gli schermi degli iPhone e dei MacBook la fanno da padroni in questo nuovo millennio. [NdA: In Italia, negli ultimi 10 anni hanno chiuso oltre 150 sale specializzate in film d'autore - fonte: Cinetel].

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 Poi c’è l’ "Epilogue": uno dei più struggenti “What If” mai visti al cinema - che mostra la vita di Mia e Sebastian “SE” il loro destino fosse stato un altro.

La La Land Panavision travestito 29In particolare una sequenza onirica ce li mostra mentre stanno vedendo - uniti nella visione insieme allo spettatore in sala - i loro “Home made films" (filmini fatti in casa) senza sonoro, con un proiettore anni ’50.

Sono riprese di pochi secondi – giusto il tempo della carica a molla della cinepresa – per immortalare le classiche scene familiari che chiunque abbia avuto una cinepresa amatoriale a pellicola tra le mani, ha filmato.

Ad un certo momento ecco che il quadro comincia a “saltellare” mostrando immagini sdoppiate,

Oggi, con una videocamera digitale o il nostro Smartphone, avremmo senz’altro cancellato un file video così scadente.

A quei tempi anche quei pochi fotogrammi erano preziosi, perché rappresentavano per la loro rarità – anche con la loro imperfezione (o forse potremmo dire oggi, proprio per quella) - un momento fondamentale della vita e quindi erano degni di essere conservati...

Bene, questa sequenza è stata ripresa da Chantelle proprio utilizzando una cinepresa da 16 mm anamorfica in cui era caricata una pellicola KODAK VISION3 250D Color Negative Film 7207.

E le immagini “saltellanti” derivano proprio dal fatto che la cinepresa si era inceppata!

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La pellicola sviluppata di quella ripresa – come spiega Linus Sandgren - anziché essere cestinata e sostituita con quella ottenuta da una nuova ripresa “regolare”, proprio per le ragioni di cui sopra è stata inserita nel film.

E così essa riesce a dare allo spettatore una emozione che il digitale – con i suoi sensori CCD-Charge Coupled Device ed i milioni di pixel di risoluzione - non sarà mai in grado di trasmettere.

 Ma c’è ancora qualcosa da dire su quella sequenza e sui momenti della vita che meritano di essere conservati:

Qualcosa che è molto probabile che Chantelle avesse in mente quando la girò, e che – come nella frase di Thoreau – lui potrebbe aver visto in essa…

La La Land Panavision travestito 31Stiamo parlando della tag line: "These are the moments. Kodak moments" (Questi sono i momenti. I momenti Kodak) delle campagne pubblicitarie degli anni ’50-’60 della Kodak.

Perché l’espressione “Kodak moments” ha segnato un’epoca, divenendo patrimonio del lessico popolare di tutti i giorni, con il significato che quando si definisce qualcosa come “momento Kodak” questa situazione o evento è divenuta così preziosa da dover essere “catturata” in una fotografia.

L’apoteosi del “Kodak moment” venne raggiunta con uno spot del 1961 basato sulle parole di “Turn around” (fai la giravolta) la lullaby (ninnananna) di un padre che si rivolge ad una bimba, immaginandosi la sua crescita, che fa da commento musicale:

Where are you going, my little one, little one / Where are you going, my baby, my own ? /Turn around and you're two, / Turn around and you 're four, / Turn around and you're a young girl going out of my door. / Where are you going, my little one, little one, / Little dirndls and petticoats, where have you gone? / Turn around and you're tiny. / Turn around and you're grown, / Turn around and you're a young wife with babes of your own.

Dove stai andando, piccola mia, piccina mia, / Dove stai andando, bambina mia, bimba mia? / Fai una giravolta e sei a due, / Fai una giravolta e sei a quattro, / Fai una giravolta e sei una ragazza che sta uscendo dalla mia porta. / Dove stai andando, piccola mia, piccina mia, / Piccoli dirndls e sottogonne, dove siete andati? / Fai una giravolta e sei piccola / Fai una giravolta e sei grande, / Fai una giravolta e sei giovane moglie con bambini, i tuoi.

La La Land Panavision travestito 32 La La Land Panavision travestito 34 tris

 Ecco, adesso possiamo vedere anche noi con altri occhi quei pochi secondi della sequenza e ciò che – come nella frase di Thoreau – Chantelle ha visto in essa: un mondo - altro - fatto ancora di "Dirndl" e "Petticoat"

Ovviamente, se si parla di pellicola, non si può non parlare del colore…Perché esso è una parte fondamentale di un film, tanto quanto la musica, il dialogo, o la trama. Tanto è vero che le combinazioni di colori e la gradazione del colore, possono influenzare completamente le nostre opinioni su di esso.

La La Land Panavision travestito 35Senza ovviamente scendere nei particolari, sono due le principali ruote colore utilizzate nei film: La Tetradic Color Wheel e la Plutchik's Wheel of Emotions.

Nella ruota dei colori Tetradic, i colori dello spettro completano un cerchio completo.

Ciò significa che ogni colore deve avere un colore opposto: il rosso è di fronte verde, mentre all’arancione è prospiciente il blu, il viola con il giallo...

Grazie a questa accortezza è possibile fare un bel film da un punto di vista estetico.

Nella ruota delle emozioni di Plutchik, ciascuno degli otto colori principali evoca una certa sensazione nell’osservatore.

Per dare una idea, il verde scuro evoca il terrore,il rosso brillante evoca la rabbia ed il blu scuro il dolore - non per niente in inglese esiste l'espressione "feeling blue" (avere il morale a terra).

La La Land Panavision travestito 36Ognuno di questi colori ha delle variazioni che evocano emozioni leggermente diverse e miscele di due colori evocano emozioni contrastanti.

n La La Land ogni scena del film ha almeno uno dei colori primari diffuso in essa.

Ad esempio, nei due fotogrammi centrali il blu e il giallo sono entrambi i colori primari e rendono l'attrice molto visibile.

Anche le comparse nel frame a sinistra indossano sciarpe gialle per contrastare con la giacca blu di Mia.

Questo è anche molto evidente nel fotogramma in basso a destra, dove Mia e le sue amiche hanno tutti vestiti che si completano a vicenda e si adattano perfettamente allo schema dei colori del film.

Infine, nei primi due frame, anche se risulta meno evidente, sia Sebastian sia Mia indossano abiti blu la prima volta che si incontrano in un ambiente verde e rosso, dove nessuno di loro due è felice.

Prendiamo ora la scena iniziale dell’ingorgo sulla autostrada di Los Angeles: i colori saturi dal rosso al giallo, dal blu al magenta dei costumi sono accentuati dalla coreografia: esattamente l’esplosione dei colori primari di una volta…

Come nel film di Jaques Demy Les Parapluies De Cherbourg  - Gli ombrelli di Cherbourg (1964) dove il Title Designer Jean Fouchet creò un memorabile opening credit con la pioggia che cade verticalmente sugli ombrelli color pastello mentre delle biciclette attraversano coreograficamente lo schermo.

La La Land Panavision travestito 37 FILEminimizerPur essendo stato girato in gran parte in luoghi reali, come accadeva nel musical di Robert Wise West Side Story (1961), il Design Team di La La Land - il production designer David Wasco e il set decorator Sandy Reynolds - ha creato una versione Technicolor di Los Angeles e Hollywood, con cartelloni pubblicitari d'epoca, fondendo un look vintage con i tempi moderni.

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Ecco comparire un nuovo nome: Technicolor…Il procedimento di cinematografia famoso per i colori saturi e realistici delle pellicole che è stato il più usato negli Stati Uniti a partire dal 1922: ulteriore tratto distintivo dei musical degli anni ‘50 e ‘60.

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La La Land Panavision travestito 41Cercando il termine Technicolor in un dizionario inglese, tra le varie accezioni si trova: "In glorious technicolor” il cui significato è “coloratissimo” in positivo, oppure in negativo “dai colori troppo vivaci”.

Inoltre, a questa accezione, se ne affianca un’altra : “A life in Technicolor” (Una vita in Technicolor).

Due modi di dire entrati nel linguaggio comune della gente che non bisogna credere appartengano al passato, visto che una band come i Coldplay ha intitolato un proprio singolo “Life In Technicolor II”(2009). Per cui è naturale che anche nella canzone di apertura di La La Land “Another Day of Sun” troviamo la strofa:

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 Ma, anche qui, la città trasfigurata dalle scenografie che hanno manipolato le strade e gli edifici con murales o grandi pareti colorate, fa avvertire la tristezza di una architettura metropolitana – nella realtà sempre uguale a se stessa - “camuffata” appunto con quei colori saturi e gioiosi con cui è rappresentata.

Tanto è vero che, negli anni ’30, Hollywood venne sprezzantemente soprannominata “Tinseltown”, una parola composta costituita da “tinsel” (orpello) + “town” (città), dove il primo termine descrive le lunghe strisce di materiale lucido usate per decorare gli alberi di Natale ed è utilizzato metaforicamente per descrivere qualcosa che è appariscente e vistoso.

La La Land Panavision travestito 43Il film Hail, Caesar! - Ave, Cesare! (2016) scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen e interpretato da Josh Brolin, George Clooney, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Jonah Hill, Scarlett Johansson.

Un affresco della “mecca del cinema”  che tratteggia la figura di un “Fixer” (letteralmente colui che "ripulisce" i crimini cancellando la loro traccia o utilizzando pressioni per limitare le conseguenze di una azione) come fu nella realtà Joseph Edgar Allen John " Eddie " Mannix – della MGM cher copriva i dettagli “impresentabili” della vita privata delle Star di Hollywood e mantenere così "immacolata" la loro immagine pubblica.

A questo proposito è da ricordare che negli anni ’30 su trentacinque milioni di americani uno su tre andava al cinema almeno una volta alla settimana; ed è proprio in quel periodo che venne introdotto il “Motion Picture Production Code” meglio conosciuto come “Hays Code” : il codice di censura che tra il 1930 ed il 1968 governò la produzione del cinema negli USA. 

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 Di quel periodo è rimasto in auge il termine “Tinseltown”, implicando che Hollywood – come le persone che vivono nello Star-System – è una città che luccica ma non ha alcuna sostanza.

La stessa assenza di sostanza di un’altra città luccicante: Las Vegas, fatta di papier-mâché  (cartapesta): emblema di un capitalismo vorace nel bel mezzo di un deserto fisico, ancorchè morale, le cui strade sono percorse da persone senza fissa dimora.

Perfetta rappresentazione di quel “quanto siamo soli” che Francis Ford Coppola sintetizzò nel quasi dimenticato: One From The Heart - Un sogno lungo un giorno (1982) con emblematici titoli di testa.

Concetto che viene esposto chiaramente in una battuta di Sebastian:

«They worship everything and they value nothing» (venerano tutto, ma non danno importanza a niente).

Che poi è il vero tema del film: l’instabilità, lo scivolare continuo tra il desiderio di riuscita, di successo, e l’anelito alla fedeltà al sentimento autentico, alla bellezza interiore, alla purezza della propria espressione artistica.

Ora, torniamo ai titoli di testa e a quella assolvenza tra il logo CinemaScope ed il sole abbacinante.

I successivi fotogrammi ci mostrano una interminabile coda di auto ferme su una freeway: la 105/110 interchange di Los Angeles, con uomini e donne chiusi nelle loro auto, e nella loro solitudine.

Versione moderna di Weekend (1967) con il lento piano sequenza della durata di dieci minuti dei protagonisti lungo una strada piena di rottami di auto in fiamme e di cadaveri: apocalittica e visionaria dissacrazione della società dei consumi di Jean Luc Godard.

Oppure di L’ingorgo (1979) di Luigi Comencini, dove il Grande Raccordo Anulare di Roma rimane completamente boccato per un giorno.

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Metafora di una società fatta di singoli, coppie, famiglie, classi sociali e appartenenze generazionali che, chiuse nel proprio mondo rappresentato dall'auto, sono prigioniere di un immobilismo dello spirito, prima ancora che fisico.

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Ma La La Land “è” un luogo di sogni. Per cui l’omaggio più sentito è verso la sequenza di apertura di 8 ½ (1963) del sognatore per eccellenza: Federico Fellini, in cui Guido Anselmi / Marcello Mastroianni, bloccato nel traffico romano, sogna ad occhi aperti che una raffica di vento lo porti in volo dalla città, verso il mare.

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Chazelle inizia la sua storia in inverno, a Natale e - dopo la primavera, l’estate, l’autunno -  la conclude, di nuovo, in " inverno", anche se il clima californiano a tutto fa pensare piuttosto che alla neve ed al freddo.

La La Land Panavision travestito 48Tanto è vero che la famosissima canzone “White Christmas” – brano dell’omonimo  musical del 1954, protagonisti Bing Crosby, Danny Kaye, Rosemary Clooney e Vera-Ellen, che vincerà l'Oscar nel 1943 come migliore canzone -  venne scritta dal compositore Irving Berlin nel calore del sole della California nel 1940.

Infatti, la prima strofa racconta della tristezza di vivere il Natale in un clima estivo con alberi d'aranci e palme sotto il sole...

Nell’epilogo di La la Land – che si svolge cinque anni dopo - scopriamo una differenza sostanziale rispetto alle storie targate MGM anni ’50.

Mia ha sì realizzato il suo sogno di essere una famosa attrice, ma è sposata con un altro uomo.

E Sebastian? Anche lui ha realizzato il suo sogno, aprendo finalmente il suo club esattamente come aveva sempre desiderato, per suonare la musica che ha sempre voluto suonare: il Jazz.

Siamo di nuovo d’inverno e i due protagonisti si incontrano ancora una volta. Questa volta nel locale di Sebastian: una scena che richiama quella di Casablanca (1942).

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A partire dal nome del club: Seb's / Rick's, fino alla coincidenza casuale dell’incontro tra Sebastian e Mia - trasposizione ideale di quello tra Bogart / Rick e Bergman / Ilsa. Manca solo di udire la mitica battuta di Rick: «Of all the gin joints in all the towns in all the world, she walks into mine» (con tutti i ritrovi che ci sono nel mondo, doveva arrivare proprio nel mio). 

Anche nelle note di “City of Stars” che Sebastian accenna al piano guardando Mia c’è l’eco dell’amore finito di As Time Goes By”

Ma se in Casablanca, lo sforzo bellico significava molto di più per Rick e Ilsa che il loro rapporto, nelle ultime sequenze di La La Land, Mia - mentre sta lasciando lasciare il club con il marito - si gira e sorride a Sebastian che a sua volta - semplicemente - annuisce, con auto-comprensione del fatto che – in fondo – hanno ottenuto tutto ciò che effettivamente volevano.

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La stessa stupita comprensione che traspare negli occhi di  Guy / Nino Castelnuovo e Genevieve / Catherine Deneuve, gli innamorati di Les Parapluies de Cherbourg che credevano di essere predestinati l’uno per l'altra e invece hanno stabilito delle normalissime vite con altri...

Genevieve ha sposato un facoltoso rappresentante di gioielli, mentre Gui possiede una stazione di servizio e vive con la moglie e il figlio. Altro incontro casuale che termina, dopo tanto cantare, in una silenziosa separazione.

 Ed è proprio quel cenno silenzioso condiviso tra Mia e Sebastian che fa comprendere loro – e a noi spettatori - che il perseguire ciascuno il proprio sogno -  il successo come artisti - è stato qualcosa di più importante di loro, come coppia.

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Ecco quindi che dietro il caleidoscopio di tributi e citazioni, di Kodak Moments e di una Life in Tecnicolor, al centro di La La Land , c'è principalmente tanta ”melancholia” quel desiderio in fondo all'anima di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza.

Quella che i portoghesi definiscono “saudade” il solitario rimpianto. In ultima analisi la nostalgia - dal greco νόστος (ritorno) e άλγος (dolore) - il "dolore del ritorno” quel sentimento di tristezza e di rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari o per un evento collocato nel passato che si vorrebbe rivivere.

Quella che nel film di Woody Allen Midnight in Paris (2011), fa dire al personaggio di Paul – interpretato da Michael Sheen - che i meccanismi della nostalgia sono un effetto trasversale che intercetta qualunque epoca, quando si preferisce guardare nostalgicamente a un romantico passato, piuttosto che accettare la banalità e l'insoddisfazione del presente e guardare con incertezza al futuro.

Il vagheggiamento di un "glorioso passato ormai perduto", ricorrente  in tutte le epoche storiche, che - rimanendo su Midnight in Paris – riscontra il protagonista, nella scena in cui, proiettato nel passato: nello splendore della Parigi ottocentesca, incontra in un café chantant artisti come Toulouse Lautrec, Paul Gauguin e Edgar Degas sentendo ciascuno di essi affermare – loro, che stanno vivendo uno dei periodi storici più esaltanti per l’arte - che rimpiange uno specifico passato.

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Tornando per un ultima volta al film di Chantelle, per chiudere questa “visita introspettiva a La La Land Land” si può dire che l’impianto delle citazioni diventa non tanto un omaggio al cinema quando era grande, ma piuttosto uno strumento per far tornare grande il cinema.

E ciò, attraverso una riflessione sul sogno e sull'amore, inteso come rapporto profondo fra passione e illusione.

Amore, che il cinema - anche quello musicale d’evasione - è ancora capace di raccontare,  anche se l’Happy Ending non è più quella di Esther Blodgett

La smalltown girl che diviene Star di Hollywood - narrato nelle tre versioni di A Star Is Born – E’ Nata Una Stella (1937 / 1954 / 1984) - che, per ricordare colui che l’aveva portata ad essere un'attrice famosa, si presenta al microfono  di una intervista con:

«Hello, everybody. This is Mrs. Norman Maine» (salve a tutti. Qui è la Signora Norman Maine).

Ending che invece è in linea con ciò che Bob Fosse – il coreografo e regista già famoso per Cabaret e Chicago - per il successivo All That Jazz (1979)– affermò in una intervista:

«Mi piacciono i finali non proprio tristi, ma solo un po’ malinconici, perché sono i più simili alla vita».

Affermazione racchiusa nel finale del film dove fa cantare a Roy Scheider in duetto con Ben Vereen una variante di “Bye Bye Love”, divenuta “Bye Bye Life” (ecco che ritorna il “La, la, la, la”): praticamente l’annuncio della propria morte che avverrà la sera del 23 settembre 1987, quando egli – solo sessantenne - ebbe un infarto nel teatro dove stava allestendo una nuova edizione di una delle sue prime commedie musicali: Sweet Charity.

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Paolo Sorrentino ha affermato che:«...la gente ha una grande necessità di essere consolata nella propria solitudine e il cinema aiuta. Tutti ci sentiamo soli e il cinema, per convergenze misteriose, allevia il dolore della solitudine che alberga in ognuno di noi».

Quindi, come concludere…? Semplicemente che il 1937 è lontano nel tempo…Il 1979 appartiene anche lui al secolo passato…  Ormai siamo nel 2017: un presente che non lesina frustrazioni e sconfitte.

Per cui, se l’Happy End non può essere proprio un lieto fine, che il finale sia almeno consolatorio: quello dolceamaro racchiuso nell'aggettivo Happy-Sad.

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