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Afgan Girl 02“Gli occhi sono lo specchio dell’anima”…  Con gli occhi comunichiamo stati d’animo e manifestiamo il nostro carattere, le nostre emozioni, le nostre paure, le nostre sfumature emotive più intime.

Abbiamo modificato questo aforisma per raccontare la storia degli occhi di una ragazzina che - trent’anni fa –  divennero immediatamente riconoscibili ovunque nel mondo: gli occhi verdi di Sharbat Gula che l’obiettivo della macchina fotografica di Steve McCurry aveva catturato: quelli di “The Afgan Girl”.

La fotografia apparve sulla copertina del numero di giugno 1985 di National Geographic Magazine e  l’espressione del suo volto, velato parzialmente dal drappeggio rosso, i suoi occhi verde ghiaccio, disarmanti e pieni di umanità, e la sua espressione: un misto di paura, rabbia e voglia di riscatto, divennero un simbolo del conflitto che dilaniava l'Afghanistan.

Ma il successo degli occhi di  “The Afghan Girl" - questo il titolo della foto perché al tempo non si conosceva l’identità del soggetto - non è bastato a regalarle una vita migliore.

Nel corso del tempo quegli occhi si sono svuotati di quelle emozioni che l’avevano resa un’icona ed ora mostrano una profonda sofferenza: oggi infatti Sharbat è indagata per falsificazione di documenti.

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Ora, andiamo con ordine, nel raccontare questa storia dove gli occhi parlano più di mille parole…

Siamo nel 1984 ed il fotografo Steve McCurry sI era recato, per conto di National Geographic in un campo profughi di Peshawar nel Pakistan, per documentare la situazione dei profughi afgani dopo l'invasione.

Afgan Girl 01Improvvisamente incontrò una ragazzina in una scuola improvvisata all'interno del campo: lei, una giovanissima profuga di soli 12 anni che non aveva mai visto prima una macchina fotografica, accettò di farsi fotografare; lui, il fotografo di guerra, non pensava che la fotografia della ragazza sarebbe stata diversa da qualsiasi altro scatto di quel giorno

Ma, quella foto e quegli occhi verde mare così inquietanti, fecero il giro del mondo: in essi chiunque leggeva la tragedia di una terra prosciugata dalla guerra e le sofferenze del suo popolo.

McCurry aveva già  vinto la Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, un premio assegnato a fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese.

[NdA:  - travestito con abiti tradizionali, attraversò il confine tra il Pakistan e l'Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell'invasione russa. Quando tornò indietro, cucì i rullini di pellicola tra i vestiti e quelle immagini furono le prime a mostrare il conflitto al mondo intero].

L'immagine venne nominata "la fotografia più riconosciuta" nella storia di  National Geographic ed è stata ampiamente utilizzata sulle brochure di Amnesty International, su poster e calendari.

La Eastman Kodak arrivò a concedere a McCurry il privilegio di utilizzare - nel luglio 2010 - l'ultimo rullino di pellicola Kodachrome che aveva prodotto..

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Ma l'identità della ragazzina che era divenuta - inconsapevolmente - una icona rimase sconosciuta per ben 17 anni, nonostante le ricerche del National Geographic e dello stesso McCurry, per via della ostilità del governo afgano nei confronti dei media occidentali, fino alla caduta del regime talebano ad opera dell'esercito americano nel 2001.

Nel gennaio dell'anno successivo, un team formato dalla troupe di “Explorer”, la trasmissione televisiva di National Geographic Television & Film tornò in Pakistan insieme a McCurry con lo scopo di ritrovare ed identificare la ragazza che aveva ormai reso celebre la fotografia “The Afgan Girl” in tutto il mondo.

Afgan Girl 06McCurry ed il team arrivarono innanzitutto al campo di Nasir Bagh, alla periferia di Peshawar dove aveva incontrato la ragazzina tanti anni prima.

Il campo era prossimo alla chiusura ed essi interrogarono i pochi profughi rimasti mostrando la foto della copertina.

Dopo molte risposte negative e “false piste” dovute al fatto che diverse donne si riconoscevano nella fotografia, un uomo raccontò che da bambini avevano vissuto assieme. Però lei  era tornata in Afghanistan anni prima, in una regione remota tra le montagne vicino a Tora Bora.

Il team di McCurry, si diresse verso i luoghi indicatigli e dopo sei ore di fuoristrada e tre ore a piedi, attraverso un confine che inghiotte vite, raggiunse il villaggio.

Afgan Girl 07Quando la vide entrare nella stanza dove era stato fatto accomodare dopo aver ottenuto il permesso di incontrarla, capì che – finalmente – aveva ritrovato la “Ragazza Afgana”!

Si trattava di Sharbat Gula, ormai sposata e madre di tre figlie.Ora era lì, dopo 17 anni, ad incontrare per la seconda volta nella sua vita l’obiettivo di McCurry.

La sua identità venne confermata dal tecnico John Daugman che usò la tecnica della ricognizione dell'iride.

[NdA: Al tempo, si parla di 17 anni fa, l'IR- Iris Reconition: un sistema biometrico basato su uno scanner per l'iride era solo appannaggio di enti come l’FBI. Sono di quest’anno le notizie che nel 2016 questa tecnologia sarà lo standard di sicurezza per i dispositivi mobili e sostituirà la attuale scansione delle impronte digitali].

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Così il fotografo descrive il volto di quella donna di cui nessuno, nemmeno lei, sapeva l’età: 28, forse 29, o anche 30 anni.

« Her skin is weathered; there are wrinkles now, but she is as striking as she was all those years ago.» (La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa).

In quel volto il tempo e le difficoltà avevano cancellato la giovinezza; esso mostrava tutti i segni delle treversie vissute dal suo popolo, che possono essere riassunte in: ventitré anni di guerra, 1,5 milioni di morti, 3,5 milioni di rifugiati …

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Ma chi è Sharbat?

Di etnia Pashtun, era nata all’inizio della guerra russo-afghana ed aveva all'incirca sei anni quando un bombardamento di aerei sovietici – con la classica precisione chirurgica che spesso scambia civili per combattenti - uccise i suoi genitori.

Così Sharbat non ebbe scelta: lasciò il villaggio insieme al fratello, la nonna e quattro sorelle si diresse verso il Pakistan attraversando impervie montagne coperte di neve, senza altro bagaglio che una coperta per riscaldarsi.

Alla fine raggiunse il campo profughi di Nasir Bagh dove la aspettava una vita completamente diversa da quella del suo villaggio rurale. Una vita in un ambiente angusto senza privacy, spesso in balia di altre persone.

E fu lì che nel 1984, incontrò McCurry e la sua macchina fotografica.

Poco dopo lo scatto fotografico, in una età compresa tra i 13 ed i 16 anni, si sposò con un uomo di nome Rahmat Gul per poi ritornare nel villaggio natio a metà degli anni ‘90, durante una pausa nei combattimenti.

Successivamente per via dello scarso lavoro in Afghanistan, un nuovo trasferimento a Peshawar dove il marito lavorava in un panificio. Ma, poiché Sharbat soffre d’asma e non può tollerare l'inquinamento di Peshawar in estate, essa limitava il tempo trascorso in città con il marito al periodo invernale, mentre per il resto dell'anno viveva in montagna.

Shabat non aveva mai visto il suo ritratto fino a quando, non le venne mostrato dallo stesso McCurry. Quando apprese che la sua immagine era conosciuta in tutto il mondo, non si dimostrò particolarmente interessata alla fama che aveva raggiunto. La sua vita era ormai quella di una classica moglie afgana che cucinava, puliva, lavava i panni e si dedicava alla cura delle sue figlie: Robina di tredici anni, Zahida di tre e Alia, la più piccola di uno.

In fondo, lei non era nient’altro che una devota musulmana che indossa il burka e ne è soddisfatta, visto che ad una domanda diretta di McCurry rispose «E’ una bella cosa da indossare, non una maledizione" . E poi, alla domanda se si fosse mai sentita al sicuro ecco una risposta spiazzante…«No. Ma la vita sotto i talebani era migliore. Almeno c'era pace e ordine».

Anche se è in grado di scrivere il proprio nome, Sharbat non sa leggere: voleva finire la scuola, ma non c’è riuscita, a causa della guerra.Ma essa nutriva profondamente la speranza che le proprie figlie potessero avere un futuro migliore accedendo all’istruzione. «Voglio che le mie figlie abbiano delle competenze» affermò,  per poi correggersi dicendo che era forse era troppo tardi per la figlia di 13 anni, mentre per quelle più giovani c’era ancora una possibilità…

Quando le fu chiesto se avesse mai visto la propria fotografia da ragazza, rispose di no, aggiungendo che era lieta di sapere che fosse diventata un simbolo della dignità ed abnegazione del suo popolo.

Quindi accettò di farsi ritrarre per la secondo volta nella sua vita.

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Da quest'operazione di ricerca la National Geographic produsse il documentario "Search for the Afghan Girl"  andato in onda per la prima volta il 9 marzo 2003, oltre a ridedicare una prima di copertina alla donna che per 17 anni era stata ignara della fama conquistata nel mondo dalla sua immagine.

Il National Geographic fondò poi un’organizzazione di beneficenza chiamata Afghan Girls Fund, con l’obiettivo di educare le ragazze e le giovani donne afgane. Nel 2008, il fondo venne esteso per includere anche i ragazzi e il nome venne cambiato in Afghan Children’s Fund.

L’articolo potrebbe concludersi così, con la storia comune di una donna comune, ma che ha dentro di se la consapevolezza che un mondo migliore è possibile per una ragazza afgana.

Afgan Girl 20Purtroppo poiché il “vissero tutti felici e contenti” appartiene solo al mondo delle fiabe, oggi, a distanza di 13 anni da quel secondo scatto e ben 30 anni dalla prima famosissima foto, nuove notizie danno un amaro epilogo a questa storia …

A riportarle è la CNN, per la quale Sharbat Gula, usando il nome di "Sharbat Bibi" - aveva chiesto per se e per i suoi due figli di essere iscritta all’anagrafe pachistana ed il rilascio della Carta nazionale di identità computerizzata (Cnic). L’iscrizione ed il tesserino le avrebbero consentito di avere una casa e ad aprire un conto in banca, abbandonando la baracca in cui vive.

Afgan Girl 21Ma il documento in questione è riservato solamente ai cittadini pakistani...

E lei - in quanto afgana – è stata accusata dalla polizia pakistana di avere falsificato i documenti suoi e dei suoi figli.

Faik Ali Chachar, un portavoce del National Database and Registration Authority (NADRA) di Peshawar, ha confermato che i documenti sono stati annullati ed essa potrebbe essere rimpatriata in Afghanistan,

Egli ha poi spiegando poi che la sua agency ha identificato più di 22.000 tesserini contraffatti illegalmente posseduti da rifugiati afgani.

Afgan Girl 13Un reporter della AFP ha visitato il quartiere povero di Peshawar che era stato indicato come proprio indirizzo da Gula, nei moduli di richiesta, ricevendo conferma dai residenti che effettivamente ella aveva  vissuto lì con il marito, che lavorava in un panificio locale, ma che poco tempo prima si erano allontanati.

Gli afgani hanno iniziato a rifugiarsi in Pakistan in seguito all'invasione sovietica del loro paese nel 1979, e nel tempo le giovani generazioni sono cresciute nei campi profughi senza aver mai visto la loro patria d’origine.

Una patria che ancora oggi, per una donna, è veramente una disgrazia...

Afgan Girl 14 aUn sondaggio della Thomson Reuters Fondation ha posto il paese in cima a 6 fattori di rischio: salute, discriminazione sessuale,scarsità di fonti economiche, pratiche culturali e religiose, stupro, tratta degli esseri umani…

La popolazione dei rifugiati ha poi continuato a crescere dopo il ritiro delle truppe russe nel 1989 quando in Afghanistan scoppiò la guerra civile.

Milioni di afghani sono tornati in patria solo quando la comunità internazionale ha sradicato il regime talebano nel 2001, ma più di 2,5 milioni  di persone sono rimasti in Pakistan – ormai la “loro” nazione - diventando così secondo l'ONU la seconda più grande popolazione di rifugiati dopo i palestinesi.

Ma i profughi afgani sono invisi in Pakistan, spesso accusati genericamente di crimini e anche terrorismo.

Ecco quanto ha affermato Hamid-ul-Haq,  parlamentare di Peshawar: «Tutte le nostre strade, le moschee, le scuole sono sovraccariche a causa loro. E' il momento per loro di lasciare il Pakistan onorabilmente».

Cosa significhi effettivamente quell’ “onorabilmente” non è dato di saperlo…

Afgan Girl 15Fatto sta che è in atto una politica di rimpatrio dei milioni di profughi presenti sul territorio pakistano, forzandoli a lasciare il paese: partendo dalla minaccia di cancellare il loro status di rifugiati, fino alla demolizione delle baraccopoli in cui vivono.

Gli interventi contro rifugiati afghani si sono intensificati dopo l'attacco del dicembre 2014, da parte dei talebani pakistani, ad una scuola pubblica di Peshawar, in cui 141 scolari furono uccisi.

Nei mesi che seguirono l'attacco oltre 33.000 afghani privi di documenti furono espulsi oltre il confine secondo i dati della Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Arrivati in Afghanistan moltissimi dichiararono di essere stati sfrattati dalle loro case, arrestati e picchiati dalla polizia. Questa situazione è stata confermata da Human Rights Watch (HRW).

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Ma torniamo alla nuova foto di Shabat: una foto tessera apposta su un modulo per la richiesta della carta di identità, che nulla ha a che fare con l’abilità di McCurry... I

Afgan Girl 18Il suo volto, illuminato dalle luci al neon, non è altro che quello di una donna segnata dalla sofferenza più che dal tempo.

Se da un lato, in un post sulla pagina Facebook "Le fotografie che hanno fatto la storia" Massimo Gramellini scrive:

«Questo volto è parte del patrimonio di immagini con cui siamo cresciuti, che apparve sul National Geographic nel giugno del 1985 e divenne un po’ la Monnalisa del nostro secolo […] E qui mi domando sommessamente se qualche istituzione internazionale non sia in grado di offrire a questa icona del nostro tempo, alla Monnalisa del 2000, un rifugio dignitoso ai suoi figli e, se mi permettete, anche per i suoi occhi.»

Noi vogliamo concludere questo articolo con l’annuncio comparso su ebay dove viene venduta una copia originale della rivista con la copertina descritta come “very rare and famous” ad un importo di 700 dollari americani: il prezzo delle lacrime di una rifugiata, visto che di occhi si sta parlando…

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