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Su Twitter – pochi minuti dopo barbaro l'attentato alla redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo - è comparsa un' immagine nera su cui campeggiava la scritta in bianco e grigio "Je suis Charlie"  il cui autore è stato individuato in @joachimroncin - ed è diventata subito un messaggio virale di rivendicazione di libertà.

« Je n'ai pas de gosses, pas de femme, pas de voiture, pas de crédit. C'est peut-être un peu pompeux ce que je vais dire, mais je préfère mourir debout que vivre à genoux. » (Non ho figli, non ho moglie, non possiedo un’ auto, non ho nessun mutuo. Può apparire un po’pomposo quello che dico, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio).

Così si era espresso Stéphane Charbonnier (nom de plume “Charb”) piuttosto che rinunciare alla libertà di espressione di cui Charlie Hebdo si è sempre proclamato paladino e, agli islamici che lo accusavano di essere blasfemo, Charb aveva risposto: perchè non fate una rivista satirica contro di noi, i laici?

Molti hanno rilanciato le foto del direttore Charb e dei vignettisti Cabu, Tignous, Honoré e Wolinski uccisi nell'attacco.

vignettisti uccisiL'ambasciata americana a Parigi ha anche cambiato la sua icona Twitter in #JeSuisCharlie, in segno di sostegno alla Francia. «La libertà di espressione è un diritto umano», ha twittato Amnesty Italia.

Anche su Facebook è scattata la gara di solidarietà, ricordo e denuncia con la pagina "Je Suis Charlie" che continua a raccogliere "Mi piace".

Non mancano purtroppo, sia su Facebook che su Twitter, quanti hanno espresso gioia per l'attacco alla redazione del giornale satirico francese, alimentando polemiche e discussioni al limite del decoro.

“Je suis Charlie, Nous sommes Charlie” è anche stata probabilmente la prima  la campagna di solidarietà virale dei giornalisti di tutto il mondo ai colleghi di Charlie Hebdo. Come l’intera redazione di France-Presse ha esposto il cartello con la scritta, dal Canada al Giappone, dalla Germania al Sudafrica: le immagini postate sui social network, individuali o collettive, hanno fatto il giro del mondo.

Giornalisti

 

Giornali supporto

Salman Rushdie, il cui libro "I versetti satanici" spinse l’Ayatollah dell'Iran ad emettere una fatwa su di lui nel 1989 ha commentato così l’attacco a Charlie Hebdo.

Rushdie

“Religion, a mediaeval form of unreason, when combined with modern weaponry becomes a real threat to our freedoms. This religious totalitarianism has caused a deadly mutation in the heart of Islam and we see the tragic consequences in Paris today. I stand with Charlie Hebdo, as we all must, to defend the art of satire, which has always been a force for liberty and against tyranny, dishonesty and stupidity. ‘Respect for religion’ has become a code phrase meaning ‘fear of religion.’ Religions, like all other ideas, deserve criticism, satire, and, yes, our fearless disrespect.”
(La religione, una forma medievale di irragionevolezza, quando si combina con armi moderne diventa una vera e propria minaccia per le nostre libertà. Questo totalitarismo religioso ha provocato una mutazione mortale nel cuore dell'Islam e ne vediamo le tragiche conseguenze a Parigi oggi. Io sto con Charlie Hebdo, come tutti devono, per difendere l'arte della satira, che è sempre stata una forza di libertà contro la tirannia, la disonestà e la stupidità.
“Il rispetto per la religione” è divenuta una frase in codice che significa “la paura della religione”.Le religioni, come tutte le altre idee, meritano la critica, la satira, e, sì, anche la nostra mancanza di rispetto senza paura. ).

In segno di solidarivignetta ar 1età a quello che molti hanno ribattezzato l’11 settembre francese una mammano bimboma ha postato la foto della manina del suo bimbo appena nato, dove sul braccialetto di identificazione era scritto “Je suis Charlie”.

Anche il mondo dell’ editoria araba si è in gran parte schierato ed i vignettisti hanno fatto circolare una serie di strisce su Twitter accanto all’hashtag #je suis Charlie.
Nei disegni spicca “Siamo tutti Charlie”, in arabo, del collettivo libanese Samandal.

La penna insanguinata è del siriano Ali Ferzat; il sudanese Arbaih firma “Sono solo un musulmano” tra i due opposti islamici e occidentali. La “stilo tirata fuori alla parola revolver” è anonima; l’algerino Ali Dilem disegna la vittima con la scritta “dei coglioni mi hanno ucciso”. “Io penso, quindi non ci sono più” è del libanese Ma-zen Kerbaj.

 

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Non solo dal mondo della satira e dei fumetti arriva la solidarietà dei musulmani. I giovani, ragazzi e molte ragazze con il velo e in mano il cartello #notinmyname, hanno fatto partire su Twitter una campagna contro il terrorismo e per condannare la strage di Charlie Hebdo. E ufficialmente c’è stata la condanna dei governi e della stampa dei Paesi islamici.

“Condanna araba, islamica e internazionale dell’attacco”, aveva sottolineato in prima pagina il quotidiano panarabo Asharq al Awsat, ricordando in particolare le dure prese di posizione espresse dalla Lega Araba e dall’autorevole università islamica di Al Azhar al Cairo. Mentre l’altro maggiore quotidiano panarabo, Al Hayat, aveva titola: “Terroristi colpiscono a sangue freddo nel cuore di Parigi”.

Il libanese As Safir, tradizionalmente vicino a Damasco, aveva definito  l’attacco al settimanale satirico francese un “orribile crimine contro la libertà di stampa e gli arabi”, riflettendo i timori di possibili ripercussioni sulle comunità di immigrati in Francia e in Occidente in generale, e comunque degli effetti negativi che l’attacco può avere sull’immagine dei Paesi mediorientali.

Ma ci sono state voci fuori dal coro…

Jean-Marie Le Pen, il padre fondatore del Front National (nonché padre dell'attuale leader del partito Marine) in un video pubblicato sul suo sito, con il suo "Je ne suis pas Charlie". ha preso le distanze dalla solidarietà nazionale sulla strage della redazione di Charlie Hebdo.

Jean Marie Le Pen

«… Eh bien moi, je suis désolé, je ne suis pas Charlie. Et autant je me sens touché par la mort de douze compatriotes français [...] Je ne vais pas, moi, me battre pour défendre l'esprit de Charlie qui est un esprit anarcho-trotskyste parfaitement dissolvant de la moralité politiqu».
(Mi dispiace, Io non sono Charlie. Oggi tutti dicono, siamo tutti Charlie, io sono Charlie. Ebbene, desolato ma io non sono Charlie. Certo sono colpito dalla morte di dodici compatrioti francesi [...] ma certo non mi batterò per difendere lo spirito anarco-trozkista di quella rivista, un atteggiamento contrario a ogni moralità politica).

 

PenguinI vignettisti turchi sono sottoposti da alcuni giorni a minacce su internet da parte di estremisti islamici. “Che sia per voi una lezione”, ha scritto su Twitter, rivolto al settimanale satirico Leman, @GizliArsiv considerato vicino al partito islamico Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan.
“Imparate dai loro errori: non si può fare satira sulla fede islamica” ha avvertito in un altro tweet il giornalista del quotidiano islamico Vahdet, Ibrahim Yoruk, rivolto alla rivista satirica, Penguen nata con la rivolta di Gezi Park e che ha dedicato vignette ai colleghi trucidati.

Di altro tenore il "Je ne suis pas Charlie; Je suis Ahmed”

Questo il tweet che lo scrittore di origine libanese Dyab Abou Jahjah ha posto nell’ashtag #JeSuisAhmed da lui creato il tweet: « Je ne suis pas Charlie; Je suis Ahmed. Charlie s’est moqué de ma foi, l’a ridiculisée. Ahmed est mort en se battant pour qu’il puisse le faire ». (Io non sono Charlie. Io sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie Hebdo metteva in ridicolo la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto di farlo) in riferimento ad Ahmed Merabetal, il poliziotto barbaramente abbattuto davanti alla redazione di Charlie hebdo, invece di aderire all’altro ashtag #JeSuisCharlie in solidarietà con i morti del giornale satirico.

ahmedAhmed Merabet faceva parte della brigata Vtt del commisariato del XIesimo arrondissement di Parigi. Era nato a
Livry-Gargan, città del dipartimento della Senna-Saint-Denis nella regione dell’Île-de-France. Era sposato, era un agente di quartiere, si muoveva in bicicletta. Ahmed condivideva le stesse origini degli attentatori: quella dei fratelli franco-algerini, Chérif e Saïd Kouachi. Le stesse del correttore di bozze Mustapha Ourrad, ucciso anche lui durante l'attentato. L'unica differenza è che le vittime erano integrate nella società, i carnefici, invece, vogliono annientarla.

Questo tweet molto probabilmente è quello che sta meglio interpretando il sentimento complesso di molti utenti di religione musulmana, che condannano la strage, non amavano la satira vicina alla blasfemia di Charlie Hebdo eppure non avrebbero mai messo in dubbio il fatto che Charlie Hebdo dovesse continuare a pubblicare i suoi disegni irriverenti. Il messaggio di Dyab Abou Jahjah è stato condiviso migliaia di volte a dimostrazione del fatto che i musulmani francesi hanno voglia di prendere parte al dibattito.

Tante sfumature, diversi scopi. La Francia è lo stato dell'Unione Europea con la popolazione musulmana più numerosa, che conta 6 milioni di appartenenti alla comunità, anche se solo un terzo dei musulmani francesi si dicono praticanti.
Il rapporto tra “Europa” ed i musulmani / arabi / immigrati  (sono tutti la stessa cosa per molti europei) sta però prendendo una piega molto scomoda e stiamo vedendo una forte reazione contro l'Islam e immigrazione; in molti luoghi dell’Unione. Islam / musulmani / immigrazione sono rappresentati come un "problema".

Ecco come viene presentato il “problema” su un sito italiano…

“Saranno loro a dirci cosa gradiscono e cosa non gli piace. Se sarà meglio fare una vignetta contro gli ebrei o contro i buddisti. E da lì a dirci cosa scrivere, farci l’elenco dei pensieri sgraditi e proibiti . Che certa musica e certa arte sono troppo scandalose e inopportune. Chi avrà coraggio domattina di mettersi a disegnare una nuova vignetta su Maometto? Ma se rinunciamo ora a queste cose vorrà dire che la violenza e il terrorismo sono i modi giusti per imporsi e per cancellare la nostra cultura e la nostra civiltà. Dobbiamo difendere la nostra libertà, il nostro Occidente proprio come facemmo dopo gli attentati dell’11 settembre. Quel giorno fu dichiarata una guerra che ancora oggi non è finita".

E poi citare la scrittrice e giornalista Oriana Fallaci come una Cassandra che faceva paragoni tra il suo cancro e quella malattia che stava trasformando l’Europa cristiana in “Eurabia”.

Bene, andiamoceli a rileggere alcuni dei passi del discorso che la Fallaci pubblicò quando fu insignita del Annie Taylor Award.

Fallaci[…] ”L’Europa è diventata Eurabia, una colonia dell’islam nella quale l’invasione islamica non procede soltanto in senso fisico ma penetra anche nelle menti e nella cultura. Il servilismo nei confronti degli invasori ha avvelenato la democrazia, con ovvie conseguenze per la libertà di pensiero e per lo stesso concetto di libertà”.
[…] “tre punti considero cruciali:
Punto numero uno…l’immigrazione, il Cavallo di Troia che ha penetrato l’Occidente e trasformato l’Europa in ciò che chiamo Eurabia.
Punto numero due. Non credo nella fandonia del cosiddetto pluriculturalismo. E ancor meno credo nella falsità chiamata Integrazione. Gli immigrati mussulmani materializzano così bene l’avvertimento che nel 1974 ci rivolse all’ONU il loro leader algerino Boumedienne. «Presto irromperemo nell’emisfero Nord. E non vi irromperemo da amici, no. Vi irromperemo per conquistarvi. E vi conquisteremo popolando i vostri territori coi nostri figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria». 

Punto numero tre. Soprattutto non credo alla frode dell’Islam Moderato.  E continuerò a ripetere: «Sveglia, Occidente, sveglia! Ci hanno dichiarato la guerra, siamo in guerra! E alla guerra bisogna combattere»".

[…] “Eurabia dove parlare di pietà e di speranza non va più di moda, dove le radici cristiane non sono più rivendicate nemmeno da una presunta Costituzione”.

[…] “Non si può sopravvivere se non si conosce il passato. Noi sappiamo perché le altre civiltà sono scomparse: per eccesso di benessere e ricchezza e per mancanza di moralità e spiritualità… Nel momento stesso in cui rinunci ai tuoi principi e ai tuoi valori… in cui deridi questi principi e questi valori, tu sei morto, la tua cultura è morta e la tua civiltà è morta”peranza non va più di moda, dove le radici cristiane non sono più rivendicate nemmeno da una presunta Costituzione”.

[…] “sono crollati e crollano tutti i popoli che dimenticano di avere un’anima. Ci stiamo suicidando, cari miei. Ci stiamo uccidendo col cancro morale, con la mancanza di moralità, con l’assenza di spiritualità. Ecco perché l’Europa è diventata Eurabia e l’America rischia di diventarlo. Ed ecco perché, segnati in fronte dal marchio di cui parlo ne «L’Apocalisse», il marchio della schiavitù e della vergogna, molti occidentali finiranno inginocchiati sul tappetino a pregare cinque volte al giorno il nuovo padrone cioè Allah”.

TerzaniDiscorso a cui rispose Tiziano Terzani sulle pagine del Corriere della Sera del 4 febbraio 2002 con l’articolo “Il Sultano e San Francesco”.

[…] “Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta”.

[…] “E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa”.

[…] “A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli”.

[…] “Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.”

[…] “Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore , ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori?”

[…] “Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l’Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’arabo, oltre ai tanti che già studiano l’inglese e magari il giapponese?

[…] “Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare.
Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro.
Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati («vide il male ed il peccato»), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte.
Giotto di Bondone St Francis before the SultanVenne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c’era ancora la Cnn - era il 1219 - perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell’incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all’accampamento dei crociati.

Mi diverte pensare che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia”.

[…] “Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s’è «globalizzata», perché non ha resistito all’assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato.

[…] “La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia”.

[…] “Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte.”

Questo veniva scritto diciassette anni fa e poca strada è stata fatta per far incontrare nuovamente Francesco e il sultano…

Come chiudere?

Forse solo con la traduzione di alcuni stralci da un altro articolo apparso sul New Yorker che di libertà se ne intende, e molto…

New Yorker“Gli omicidi di oggi a Parigi non sono il risultato del fallimento della Francia di assimilare due generazioni di immigrati musulmani dalle sue ex colonie. Non derivano dall’azione militare francese contro lo Stato islamico in Medio Oriente, o l'invasione americana dell'Iraq prima.

[…] Meno che mai dovrebbero essere "intesi" come reazioni di mancanza di rispetto per la religione da parte di vignettisti irresponsabili. Sono solo gli ultimi colpi sferrati da una ideologia che sta cercando di raggiungere il potere attraverso il terrore da decenni. E’ la stessa ideologia che ha costretto Salman Rushdie a nascondersi per un decennio in una condanna a morte per aver scritto romanzo, che poi ha ucciso il traduttore giapponese e tentato di uccidere anche  il suo traduttore italiano ed il suo editore norvegese.
E’ l'ideologia che ha assassinato tremila persone negli Stati Uniti il 11 settembre 2001. Quella che macellato Theo van Gogh per le strade di Amsterdam, nel 2004, perché stava girando un un film. Quella che ha portato allo stupro di massa e alla macellazione nelle città e nei deserti della Siria e dell'Iraq. Che ha massacrato centotrentadue bambini e tredici adulti in una scuola a Peshawar il mese scorso. Che uccide regolarmente tanti nigeriani, soprattutto i giovani, ai quali quasi nessuno presta attenzione.

[…] Alcune persone ben intenzionate puntano di piedi intorno al collegamento islamico, sostenendo che la carneficina non ha nulla a che fare con la fede, o che l'Islam è una religione di pace o che, al massimo, la violenza rappresenta una "distorsione" di una grande religione […]. Altri vogliono dare la colpa interamente al contenuto teologico dell'Islam, come se le altre religioni fossero intrinsecamente pacifica, una nozione smentita dalla storia tanto quanto dagli scritti.
Una religione non è solo un insieme di testi, ma piuttosto l’insieme delle credenze e delle pratiche di vita dei propri aderenti. L'Islam oggi comprende una minoranza di credenti acquiscenti, anche se in realtà non la praticano direttamente, verso un certo grado di violenza nell'applicazione delle proprie convinzioni che è attualmente unica. Charlie Hebdo è aconfessionale nella sua satira, puntando il dito su temi sensibili per ebrei e cristiani, ma solo i musulmani hanno risposto con minacce e atti di terrorismo.

[…] "Allah Akbar!" hanno gridato in strada gli assassini fuori da Charlie Hebdo. Essi, in ogni caso, sapevano quello che erano.

[…] non é utile allontanare i milioni di musulmani che si sono dissociati da ciò che è stato fatto in nome della loro religione. La maggioranza di essi ha  immediatamente condannato l'attacco a Charlie Hebdo, con l’angoscia di chi ha visto le proprie convinzioni più profonde macchiate.

[…] In Francia, si dovrà includere un rinnovato dibattito su come la Repubblica può prevenire che i suoi giovani cittadini musulmani orientino loro menti verso una ideologia omicida; o come far prendere loro in considerazione che Mustapha Ourrad, un editor di Charlie Hebdo di origine algerina che era tra le vittime, sia un eroe. In altri luoghi, le risposte dovranno essere diverse, con livelli più elevati di lotta alla violenza.

[…]. Gli assassini sono soldati in una guerra contro la libertà di pensiero e di parola, contro la tolleranza, il pluralismo, e il diritto di offendere, contro tutto ciò che è dignitoso in una società democratica.
Quindi dobbiamo tutti cercare di essere Charlie, non solo oggi, ma tutti i giorni.".

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