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1 BufalaQuesto titolo cela la storia di un inganno (la “bufala” per l’appunto) che, a partire dal XIX secolo è arrivata fino ad oggi, divenedo una vera e propria “leggenda metropolitana” con tanto di rievocazone in costume e modella, con indosso un candido vestito bianco che impersona la Regina Margherita di Savoia nell’atto di ricevere la “Pizza Margherita” nella famosa cena dell’11 giugno 1889 al palazzo Reale di Capodimonte…

Il racconto del pizzaiolo Raffaele Esposito che, per onorare la regina, creò la “Pizza Margherita”, dove i condimenti: pomodoro, mozzarella e basilico, rappresentavano la bandiera italiana è conosciuto in Italia e all’estero ma non è una storia vera, bensì un falso, compiuto negli anni ’30 da chi doveva... “arrangiarsi”.

Proprio quell’”arte” che venticinque anni dopo sarebbe stata rappresentata nel film di Camillo Mastrocinque “La banda degli onesti” e “I soliti ignoti”di Mario Monicelli.

2 Bufala

A proposito di “bufala”, ti sei mai chiesto – gentile lettore – da dove nasca questo termine…?

“Bufala” è un'affermazione falsa o inverosimile, volta a ingannare il pubblico, presentando deliberatamente per reale qualcosa di non vero o artefatto. Per il Vocabolario della Crusca, deriva dall'espressione "menare per il naso come una bufala":  portare a spasso l'interlocutore trascinandolo come si fa con i buoi e i bufali, per l'anello attaccato al naso.

Molto aderente ala concetto esposto, no?

4 BufalaAllora… Ecco la storia come ci è stata tramandata e che si trova, copiata e ricopiata in innumerevoli siti internet, blog e articoli su quotidiani e riviste e parte da un avvenimento storico effettivamente avvenuto …

Nel 1889, i Reali di Savoia Umberto I° e Margherita (prima Regina d’Italia) trascorsero il mese di giugno a Napoli nella reggia di Capodimonte.

Come voleva una certa regola della monarchia, era un atto dovuto all'antico Regno delle due Sicilie, ormai riunificato.

Ecco la storia, che si trova, copiata e ricopiata in articoli su quotidiani e riviste e innumerevoli siti internet…

3 BufalaMargherita era incuriosita dalla pizza, pietanza tanto amata dal popolo partenopeo, che non aveva mai mangiato e di cui forse aveva sentito parlare da qualche scrittore o artista ammesso a corte.

Ma non potendo – lei regina - andare lei in pizzeria, la pizzeria, andò da lei…

Venne chiamato a Palazzo il più rinomato pizzaiolo del tempo, don Raffaele Esposito della “Pizzeria Regina d’Italia”. La scelta non era casuale in quanto nel 1780 Pietro Colicchio, aveva fondato da la pizzeria "Pietro...e basta così" in Salita S. Anna di Palazzo, nei pressi di Palazzo Reale.

Proprio la vicinanza a Palazzo portò Ferdinando I° di Borbone, Re di Napoli dal 1751 al 1899 (soprannominato “Re lazzarone” o “Re nasone”) a violare le regole dell'etichetta e - con travestimenti che gli consentivano di mescolarsi al volgo -  mangiare le famose pizze di "Pietro o’ Pizzajuolo".

Pietro Colicchio, non avendo né fratelli né figli, cedette la pizzeria a Enrico Brandi, che passò la mano a sua figlia Maria Giovanna Brandi, futura sposa di Raffaele Esposito.

Il racconto prosegue con Raffaele e Maria che portano a Capodimonte le pizze cotte in bottega a Salita Sant’Anna, su un carrettino trainato da un asinello.

Le pizze erano tre: una alla “mastunicola” con sugna (una sorta di strutto) formaggio pepe e basilico; una “cu ‘e cicenielle” (in italiano “bianchetti” il novellame del pesce azzurro) aglio, origano, olio d’oliva.

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La terza – inutile dirlo - con olio d’oliva mozzarella e pomodoro a cui Maria Giovanna aggiunse una foglia di basilico, ispirata dal colore della bandiera italiana.

6 Bufala7 BufalaLe pizze furono molto apprezzate dai commensali presenti alla cena a corte e, delle tre proposte, quella che entusiasmò la Regina Margherita fu quella con pomodoro, mozzarella e basilico.

Il gran capo dei Servizi da Tavola Camillo Galli, si presentò allora da “o’ pizzaiuolo” e gli chiese come si chiamasse quella pizza che la regina aveva tanto gustato.

Don Raffaele, da bravo napoletano e quindi uomo di pubbliche relazioni, ebbe una visione… La bandiera con il tricolore e lo stemma sabaudo.

Per cui colse al volo l'occasione e rispose… “Margherita”.

Il giorno seguente il Galli inviò all’Esposito una nota di ringraziamento e da quel momento la  “Pizzeria Regina d’Italia” mise nel menù la “Pizza Margherita” e le ordinazioni non finirono più!:

Casa di S M

Capodimonte,
11 Giugno 1889

Ispezione Ufficio di Bocca

Pregiatissimo Sig. Raffaele Esposito Brandi
Le confermo che le tre qualità di Pizze da Lei confezionate per Sua Maestà la Regina vennero trovate buonissime.

Mi creda di Lei Devotissimo

Galli Camillo
Capo dei Servizi di Tavola della Real Casa

8 Bufala

Una bella storia che fa onore alla inventiva napoletana, ma purtroppo un “falso storico"!

Cominciamo dagli ingredienti…

Nell’opera “Usi e costumi di Napoli e contorni -  Descritti e dipinti” (1866) diretta da Francesco de Bourcard, è presente un passaggio di un testo di Emmanuele Rocco che recita:

“Le pizze più ordinarie, dette coll'aglio e l’oglio , han per condimento l'olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale, l'origano e spicchi d'aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto, alle seconde delle sottili fette di muzzarella.”

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Poi, per quanto riguarda il nome, spiega Alessandro Romano, coordinatore del Movimento Neoborbonico:

“Le strisce di mozzarella erano infatti disposte dal centro verso l’esterno e una volta fuse richiamavano la forma dei petali quasi ovali di una margherita. Da qui il suo nome originale pizza fior di margherita”.

Infine l’uso del basilico era uno “standard” al tempo: basti il nome stesso della pizza alla “mastunicola” che è una storpiatura del termine dialettale con cui si indicava il basilico cioè “vasinicola” che adagiato vicino ala mozzarella disposta a petali, doveva rappresentare lo stelo e foglie della margherita.

Una foto che ritrae gli chef Bruno Barbieri, Joe Bastianich e Carlo Cracco della trasmissione Masterchef , con una “pizza gourmet Margherita”, dà ulteriorormente ragione a questa chiave di lettura. Infatti la mozzarella è distribuita con una precisa geometria a forma di petali… di margherita.

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Ma sono i particolari del racconto che non convincono…

L’immagine terribilmente kitch del carrettino trainato da un asinello con Raffaele e Maria che portano le pizze a Palazzo è iconografica ma impossibile da accettare per qualsiasi pizzaiolo che si rispetti: Capodimonte distava diversi chilometri dalla pizzeria in Salita S. Anna e le pizze sarebbero arrivate fredde ed immangiabili!

A palazzo erano sicuramente presenti dei forni per il pane atti a cuocere le pizze, per non parlare di quello voluto dal Re Ferdinando di Borbone nel bosco di Capodimonte, per far assaggiare la pizza alla moglie Carolina.

12 BufalaNel sito ”BBC “FOOD” è apparso un articolo dove l’autore informava di aver compiuto attente ricerce ed aver scoperto che un certo Raffaele Esposito (un caso di omonimia...?) aveva effettivamente ricevuto il permesso di mettere il sigillo reale sul proprio negozio.

Però ciò avvenne nel 1871 e non era una pizzeria… ma una rivendita di vino e alcolici.

Nel 1883 il nostro Esposito aveva sposato Maria Giovanna Brandi figlia di un famoso pizzaiolo e aveva aperto la sua pizzeria chiamandola “Pizzeria della Regina d'Italia”.

Si tratta di ben sei anni prima della visita reale il che denota un notevole grado di lungimiranza o semplicemente – a posteriori – un grande senso del marketing da parte degli eredi.

Mentre il firmatario del ringraziamento reale Camillo Galli fu effettivamente un funzionato alle dipendenze della regina, negli gli archivi del palazzo vi sono ordini di pagamento alle lavandaie, una risposta alla richiesta del principe di Siracusa di avere rapidamente la sua indennità reale, ma non vi è traccia di una sua missiva indirizzata ad Esposito quell’ 11 giugno…

BBC Food, secondo le regole auree del giornalismo, ha compiuto una attenta analisi della lettera confrontandola con un documento ufficiale: una lettera che dal Palazzo Reale di Milano, Camillo Galli scrisse nel 1891, richiedendo del vino.

Un confronto tra i due documenti mostra molte incongruenze…

In primo luogo lo stile dei due documenti: la missiva  di ringraziamento e l’ordinativo rivelano subito che gli autori non sono la stessa persona.

Poi, le parole "Casa di S.M." sono scritte a mano nella parte superiore della lettera: ma può un alto funzionaro non avere a disposizione della carta da lettere stampata con il logo della Casa Reale dei Savoia…?

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Continuiamo.

Raffrontando il sigillo Reale dei Savoia apposto sui due documenti, si nota che quello presente nella lettera è molto simile a quello ufficiale, ma non identico…

E infine la qualifica del Galli che nei documenti ufficiali, viene presentato come “Ispettore dell’Ufficio di Bocca della Real Casa” mentre nella missiva è il “Capo dei Servizi di Tavola della Real Casa”.

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Ma, allora chi fu colui che scrisse la lettera citata in tante guide turistiche e raccolte di ricette di Napoli?

Bene, la ricerca della BBC va avanti nel tempo e ci informa che Raffaele e Maria non ebbero figli, così la “Pizzeria della Regina d'Italia” degli Esposito passò ai nipoti di Maria Giovanna Brandi: Giovanni e Pasquale Brandi, che cambiarono il nome all’esercizio in “Pizzeria Brandi”.

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Gli anni ’30 del secolo scorso erano un periodo di depressione economica e, per riportare la pizzeria ai fasti passati, essi puntarono ad una frequentazione da parte di ospiti illustri (oggi si direbbe un target di clientela VIP come traino).

Ma come ottenere questo risultato?

Un locale concorrente, la “Antica Pizzeria Port'Alba” aveva due “punti di forza”: l’essere stata fondata nel 1730 come primo locale per supportare la vendita ambulante, e poi -  in quegli anni - il potersi fregiare di una clientela composta da artisti e scrittori famosi.

Essi dopo essere passati per Port’ Alba, quel segmento di strada lastricata di basoli di pietra lavica che collega piazza Dante a Piazza Bellini, tra banchetti di libri d’occasione e librerie antiquarie, si fermavano ai suoi tavoli per rifocillarsi con una pizza.

Abituali frequentatori erano  Francesco Crispi, Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo e un sempre elegantissimo Gabriele D’Annunzio. C’era anche l’aneddoto - sebbene altre fonti propendano per il “caffe Cambrinus”- che, seduto ai

15 Bufala tavoli di marmo, D’Annunzio, a seguito di una sfida a riguardo delle sue capacità di comporre versi in napoletano, avesse scritto i versi di “A’ Vucchella” che sarebbero diventati celebri come canzone musicata da Francesco Paolo Tosti.

[ Si' comm'a nu sciurillo, / tu tiene na vucc / appassuliatella. / Méh, dammillo, dammillo, / è comm'a na rusella. / Dammillo nu vasillo, /  dammillo, Cannetella. / Dammillo e pigliatillo / nu vaso; piccerillo / comm'a chesta vucchella / che pare na rusella / nu poco pucurillo / appassuliatella…].

Probabilmente i due fratelli Brandi arrivarono alla conclusione che per loro era fondamentale, il richiamarsi ad un passato glorioso. Magari uno dei due rammentò all’altro della storia che vedeva Ferdinando I° di Borbone [re di Napoli dal 1751 al 1825] famoso per i travestimenti che gli consentivano di mescolarsi al volgo, assaggiare entusiasta in diverse occasioni le pizze di Pietro o’ Pizzajuolo della bottega per pizze chiamata “Pietro… e basta così”… la loro pizzeria.

Al che l’altro avrebbe potuto replicare che la Regina Maria Carolina d’Austria, consorte di Ferdinando IV di Borbone Re Napoli fosse diventata un’estimatrice della pizza, in particolare di quella preparata con pomodoro e mozzarella di bufala proveniente dalla Regia Tenuta di Carditello, e che le piacesse talmente tanto da ordinare la costruzione di un apposito forno, nelle cucine della reggia.

25 Bufala17 BufalaEcco "la" storia giusta...

Quella raccontata da Salvatore Di Giacomo, poeta e drammaturgo dialettale nel volume “Luci e ombre napoletane” che – di nuovo - che coinvolgeva un re ce un pizzaiolo...

Il racconto di Di Giacomo inizia con il Ferdinando Il di Borbone Re delle due Sicilie [NdA: dal 1830 al 1859] al quale - si noti il quadro che lo raffigura  - piacevano il baccalà, il soffritto, la mozzarella, le pizze e i vermicelli al pomodoro. Era in vacanza presso la Reggia di Capodimonte…

“Stando Ferdinando II  a villeggiare a Capodimonte, [NdA: 1830]  fu chiamato in corte , non senza sua grande meraviglia [NdA: il pizzaiolo Domenico Testa]. La persona che lo chiamò gli disse che la regina e le sue dame desideravano tanto di mangiare delle pizze: che le facesse nella sera seguente e comuni e volgari come quelle che voleva vendere a due grana l’una. Il forno fu fabbricato nello stesso bosco di Capodimonte: le pizze furono preparate e le si mise al forno mezz’ora dopo la mezzanotte. 18 Bufala

Dopo due o tre minuti eccoti lì, con quattro o cinque dame di Corte, la regina [NdA: Maria Carolina di Savoia]: arrivano poco dopo altre dame velate e in tutto don Domenico ne conta venti. La regina mangia con buon appetito una pizza da due grana, le dame la imitano ridendo, i domestici servono vino bianco e arance, ricomincia il ballo in Palazzo e la visione scompare.
Resta accanto a don Domenico un bel signore bruno e alto, che gli domanda sottovoce: – Che impiego vorreste? Don Domenico era vanitosetto: preferì d’ avere un’ onorificenza e rispose al signore misterioso: – Vorrei chiamarmi munzù! “

Di Giacomo spiega poi che "di quei tempi, il monsieur definiva celebrità di ogni genere: monsieur Raison era il principe dei parrucchieri, monsieur Thavenin inaugurava il Caffe d'Europa, monsieur Girard col suo negozio di musica era il Ricordi di Napoli. Chi era monsieur era “grande" e il nostro buon Domenico – al pari di tanti chef pluristellati di oggi diremmo noi – era molto vanitoso.

Ecco l’idea vincente! La “bella pensata” che avrebbe catturato l’attenzione del pubblico, facendo leva sul fatto che la pizza non era certo disdegnata da re e regine che la offrivano ai propri ricevimenti…!

Per cui la strategia di marketing avrebbe dovuto tenere in considerazione i seguenti punti:

a) Non prendere in considerazione la storia di Ferdinando I vestito da popolano che va a mangiare la pizza di nascosto: in fondo quel camuffamento per entrare nella pizzeria frequentata dal popolino sminuiva il locale ...

E poi quel saliscendi di numeri non piaceva ai napoletani tanto è vero che al tempo si sentivano in giro questi versetti satirici: “primma quarto e po’fuie terzo / po ’ scennette e fuie primiero: /ma si dura chistu scherzo / fernerrà p ’essere zero”.

[NdA: salito al trono come Ferdinando 4° di Napoli e poi come Ferdinando 3° di Sicilia, dopo il Congresso di Vienna (1814 - 1815), con l’unificazione del Regno, Ferdinando divenne Ferdinando 1° Re delle due Sicilie].

b) Rimodellare la storia di Maria Cristina di Savoia, che amava molto la pizza bianca, rossa e verde ma era troppo austera 26 Bufala- la Chiesa le ha riconosciuto il titolo di beata – tanto che venne soprannominata "la Regina che non sorride mai"  (un aneddoto racconta che ella, cedendo alle insistenze del marito, assaggiò  una fetta di Pastiera Napoletana e non poté far a meno di sorridere. A quel punto il Re esclamò: «Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua».

Per cui, sostituire una regina Savoiarda, Maria Cristina di Savoia divenuta Borbone con il matrimonio, con un’altra regina, Margherita di Savoia, sempre della casata che regnava in Italia in quel momento e che  aveva nella propria bandiera i colori della pizza con mozzarella e basilico.

c) Trovare una liason con il proprio intraprendente zio…

In fondo era una storia credibile, dal momento che la pizzeria era stata chiamata fino a poco tempo prima, "Pizzeria della Regina d'Italia"…!

Proviamo ad immaginare la scena… I fratelli Brandi che una notte, dopo aver servito l’ultima pizza, chiudono il locale e tirano fuori da un cassetto un timbro di legno dove un amico vi ha scolpito lo stemma reale dei Savoia. Pasquale prende una penna, un foglio di carta e inizia a scrivere sotto dettatura di Giovanni… "Casa di S M ...".

Ma questa è la sceneggiatura di Totò e Peppino che scrivono la famosa “lettera alla malafemmina”…!

T: Giovanotto...carta, calamaio e penna, su avanti  scriviamo!...Dunque hai scritto?
P: (Si siede e si asciuga il sudore) Un momento!
T: Comincia, su!
P: (Infastidito per la fretta che gli sta dando Totò) Carta, calamaio e penna, … la carta…
[…]
T: Addirvi. Una parola!  (con la mano indica a Peppino che addirvi è una parola sola) Addirvi! Una parola!
P: (non capisce) A dirvi una parola
[…]
T: Salutandovi indistintamente... salutandovi indistintamente... sbrigati!!! Salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi che siamo noi...apri una parente e dici che siamo noi, i fratelli Caponi.
P: Caponi.
T: Hai aperto la parente? Chiudila!

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Ma, lasciando da parte le facezie, torniamo ai nostri fratelli Brandi e soffermiamoci sul saluto di apertura della lettera.

Quel: "Caro Sig. Raffaele Esposito Brandi" è una ulteriore prova che la lettera è stata composta nel 1932 e non il 1880... Infatti il nostro Raffaele Esposito - come tutti gli uomini italiani – sposando Maria, non poteva aver preso il cognome della moglie. Ecco quindi che quel  "Brandi" è del tutto fuori luogo,e serve solo a creare una necessaria correlazione tra il loro cognome e la lettera indirizzata a Esposito.

23 BufalaOggi Vincenzo Pagnani - ex aiutante di Pasquale, l’ultimo Brandi -  continua la secolare tradizione di questa storica pizzeria espone ad una parete del locale la “storica” lettera e, nel proprio sito web comunica in ben sei lingue che alla “Antica Pizzeria della Regina d’Italia dal 1870” […] la pizza è un pezzo di storia”.

Ma, che la lettera abbia un “pedigree” reale oppure no, in fondo è poco influente: ormai è una leggenda e nessuno si sognerebbe di staccare la cornice che racchiude la lettera dalla parete della pizzeria.

22 Bufala Così come non nessuno toglierà mai la falsa dedica di Hernest Emingway alla Bodeguita del Medio di Habana Vieja a Cuba.

Perché alla gente piacciono le leggende!

Soprattutto quando poi può gustare un perfetto mojito o una ottima pizza margherita, preparata con la stessa cura che aveva “Pietro il pizzaiuolo" nel 1780 quando dall’uscio della sua pizzeria richiamava i clienti, magari così:…

" ...Ueeeé, accattatev'a pizza... facite colazioooone..."

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